Comune di Savoca

 

Arroccata su un colle bivertice sorge Savoca,  “terra ferace di gagliardi ingegni”.  In epoca medievale  qui si stanziò una misteriosa popolazione, i Pentefur, forse dei pirati greci che vi costruirono una fortezza, sulla quale ai tempi della dominazione Araba, fu eretto il Castello Saraceno, da cui i ruderi si domina  a tutto campo, il paesaggio circostante. Il nome trae origine dal Sambuco, pianta che abbondava nella zona. Secondo altri ancora il nome deriverebbe da due parole arabe “Kalat” e “ Zabut” che significano “ rocca del sambuco” tanto che un ramoscello di questa pagina è scolpita in uno stemma della città.

Addentrandosi nel suggestivo borgo si possono ammirare alcune gemme dell’interessante patrimonio culturale: la matrice intitolata a Maria Assunta in Cielo che custodisce un prezioso dipinto su tavola del Cinquecento raffigurante San Michele Arcangelo, la quattrocentesca chiesa di San Michelee la chiesa “fortificata” di San nicolò al cui interno è esposta la seicentesca statua di Santa Lucia, che viene poratta in processione la seconda domenica di agosto. La Catacombe del Convento dei Padri Cappuccini custodiscono le mummie di alcuni notabili savocesi. Curioso è il bar Vitelli dove furono girate alcune scene del film di Françis Ford Coppola “Il Padrino”.  (“Soggiornare in Val  d’Agrò” n. 1)

Il toponimo sembra derivare dalla pianta del sambuco (savucu in dialetto) che un tempo proliferava spontanea nella zona. Un ramoscello di sambuco è raffigurato nello stemma medievale del paese.

La Storia                                                               

1134, il re normanno Ruggero II fonda la baronia di Savoca unendo sotto la sua giurisdizione molti villaggi d’origine saracena; il territorio è affidato pro tempore all’Archimandrita del monastero del Santissimo Salvadore di Messina, che resterà barone di Savoca per molti secoli.
1282, Savoca partecipa alla rivolta dei Vespri Siciliani e, in seguito, alla quinta Crociata.
1308, nelle tre principali chiese di Savoca si officia secondo il rito cristiano d’Oriente dei monasteri basiliani.
1351, il castello di Savoca assume rilevanza strategica nella turbolenta storia dell’epoca; l’Archimandrita vi soggiorna quasi stabilmente con la sua corte e da qui amministra i beni che possiede in Val Demone; nel 1408 è documentata la presenza ebraica: i circa trecento giudei hanno una sinagoga vicino al palazzo della Curia.
1440, il censimento fa registrare 5145 abitanti (nello stesso anno Catania non supera i 30mila).
1580, una guarnigione spagnola presidia il litorale.
1676, il 3 novembre i notabili di Savoca firmano con il comandante dell’armata francese venuta in soccorso dei messinesi, ribellatisi al dominio spagnolo, una “vantaggiosa e onorevole capitolazione” che prevede diverse concessioni, con principi di democrazia e giustizia sociale.
1812, cessa di esistere la baronia di Savoca; a seguito dell’abolizione del feudalesimo e dell’entrata in vigore del nuovo ordinamento Borbonico, il paese diventa capoluogo di circondario
e sede di uffici giudiziari.
1948, Savoca riacquista l’autonomia comunale perduta nel 1928.

Le mummie dei notabili e i set del Padrino

Nel 1962 Leonardo Sciascia descrisse un centro storico in rovina. Oggi il borgo ci accoglie con le strade lastricate con blocchi di basalto di pietra lavica, le case restaurate con i tetti di coppi siciliani, i portali e le finestre in pietra locale, gli eleganti prospetti che propongono i colori dell’antica Savoca, rendendo attuale l’elogio di uno storico del Settecento, Vito Amico: “Presentano leggiadria gli edifici dei cittadini, ma ineguali sono le vie giusta l’indole del declive terreno”. Se osserviamo la conformazione urbanistica, vediamo che le abitazioni sono raramente contigue, ma più spesso separate da strapiombi, spezzate dalla roccia, dove cresce spontanea la pianta del sambuco, a ricordarci il nome del paese. Ruderi, vicoli e cisterne scavate nella roccia conferiscono al luogo un fascino particolare, tanto più che è dominato dal castello Pentefur, forse costruito dagli arabi e poi ampliato dai normanni, ma che porta anche l’eco dei misteriosi fondatori aborigeni. Nel medioevo Savoca era una città murata chiusa da due porte, una delle quali esistente. Dalla trecentesca Porta della Città, costituita da un arco a sesto acuto in pietra locale, si accede al centro storico, dove subito s’incontrano l’antico Municipio e il Palazzo Archimandritale, di cui rimangono poche vestigia. Qui vicino si trovava la sinagoga ebraica, documentata fino al 1470. La Chiesa di San Michele, di epoca anteriore al 1250, era anche il luogo di culto del castello, caro agli Archimandriti. Sul prospetto spiccano due bellissimi portali in stile gotico-siculo con archi in pietra arenaria: l’interno, a navata unica, parzialmente rifatto in stile barocco, contiene diverse opere d’arte, tombe gentilizie e affreschi. Il non credente che si convertiva al cristianesimo, secondo una documentata tradizione, doveva scalare a “ginocchioni”, in atto di penitenza, i suoi sette gradini, per poi ricevere il battesimo. La Chiesa di San Nicolò, impropriamente detta di Santa Lucia poiché custodisce la statua della patrona di Savoca (quella di San Nicolò è stata venduta), risale all’inizio del XIII secolo e apparteneva anch’essa all’Archimandrita. Costruita su un massiccio spuntone di roccia, sembra protesa sul vuoto. Un tempo vi officiavano i cappellani greci, oggi si presenta a tre navate e con un vago aspetto di fortezza dominante la valle sottostante. È stata uno dei famosi set del Padrino insieme al Bar Vitelli, ospitato a Palazzo Trimarchi, edificio di architettura settecentesca. Ma il più importante monumento di Savoca è la Chiesa Madre del XII secolo, alla cui giurisdizione erano soggette tutte le altre chiese, urbane e rurali, del territorio. È a tre navate con capitelli in stile romanico. La costruzione originaria ci porta al periodo normanno. Nei suoi sotterranei si mummificavano i cadaveri e ancora oggi esistono i locali in cui si praticava l’empirico procedimento. Qui c’era la cattedra dell’Archimandrita: sul soglio ligneo, che si conserva ancora, è effigiato lo stemma archimandritale. Recentemente sono affiorati affreschi murali tardo-medievali riconducibili all’iconografia bizantina: un dipinto raffigura San Giovanni Crisostomo, il padre della chiesa cristiana d’Oriente. Accanto alla chiesa Madre si nota una costruzione tardomedievale con finestra a bifora cinquecentesca. Immancabile la visita alle catacombe, dove fino al 1876 si mummificavano i cadaveri secondo l’uso egizio. I resti mortali dei notabili locali, dei patrizi e degli abati, vestiti con abiti del primo Ottocento, sono visibili nelle nicchie della cripta del Convento dei Cappuccini, fondato nel 1574. Da visitare infine il Monte Calvario, antico eremo che nel 1736 i gesuiti trasformarono in chiesa. Qui si trova il percorso della Via Crucis, le cui stazioni sono parzialmente scavate nella roccia.

Il prodotto del borgo

Solo qui, la famosa granita siciliana al limone è servita con la zuccarata, il biscotto locale. Savoca, poi, fa uno speciale pane cunzatu (condito con olio di oliva, peperoncino e origano) e a cuzzola, pasta fresca a lievitazione naturale, fritta in olio di oliva e arrostita sul carbone. Passando all’arte pasticcera, come non ricordare la torta al limone, le paste secche alla mandorla e i cannulicchi in cialda croccante farciti con cioccolata, crema pasticcera e al limone?

Il piatto del borgo

Le tagliatelle di pasta fresca fatte a mano, condite con finocchietto selvatico e ragù di maiale, sono la prima delizia che offre Savoca. In alternativa, i maccarruna (maccheroni di pasta fresca con le cotiche di maiale, solo in estate sostituite dalle melanzane) e, tra i secondi, la tagghiata, una grigliata di carni suine e ovine di produzione locale, “tagliate” con maestria dai macellai della Valle d’Agrò.